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The case of Mounir Barhoumi

18 March 2021

Note: the Italian version of the text can be found below

Arrested in February 2020, Mounir Barhoumi – a Tunisian citizen residing in Italy – was sentenced last month (February 2021) by the preliminary hearing judge (GUP) of the court of Bologna to 3 years, 6 months and 20 days imprisonment. He was charged for "the crime of self-training for terrorist purposes, also on an international level”, of a jihadist matrix. The measures adopted by the court took into account the aggravating circumstance provided for by art. 270 quinquies of the Criminal Code: “use of IT and telematic tools” for the activity subject to a crime. The accused had in fact established various contacts linked to the Islamic State through social networks, also providing for a systematic and progressive acquisition of know-how and material aimed at the construction of bombs and the carrying out of terrorist acts. As well, he possessed instructions related to “combat techniques and recommendations for evading pursuers and avoiding capture”.

Therefore, the sentence confirmed the charges previously listed by the judge for preliminary investigations (GIP) of the same court, who had ordered the precautionary detention in prison for the defendant, considering the risk of flight and his “repeated trips made in Tunisia for unknown reasons”.

Born in 1995, Mounir Barhoumi had settled down in the municipality of Busseto, in the province of Parma. He had a regular residence permit, which was renewed for the last time by the Immigration Office of Parma on 24 April 2018 and was set to expire on 23 April 2020. As documented in the precautionary custody order, the radicalisation process of the young construction worker took place in parallel with the acquisition of online material relating to the Islamic State. With this, it is important to highlight that there was no relevant evidence of any physical encounter with other radicalised subjects or with individuals related to the jihadist environment. However, the accused was able to establish in a very short time, telematic contacts all over the world; from the United States to Yemen, exchanging violent messages and multimedia files.

From the court order of Bologna, it emerges that Barhoumi was present in two WhatsApp groups related to the jihadist cause. One was called “The nasheed of the Islamic State” (Arabic term designating a cappella songs or accompanied by percussion instruments) and the other one was called "The army of the Caliphate”, both created in January 2019. It was precisely at that time that the defendant chose to change his previous profile picture which depicted a black eagle with a new one depicting three Kalashnikov assault rifles (AK-47). Moreover, he also joined 71 Telegram channels; most of which were directly related to the Islamic State. Finally, he created two Facebook profiles that he used very actively in communities that praised the ideology of the Islamic State.

Furthermore, an agenda was found inside of Barhoumi’s house, where the subject used to write down messages of fundamentalist content. Here are some examples: “We pay homage to Allah with death”, “The flag of tawhid [in the Islamic culture, this term means “the concept of the unity and oneness of Allah”, AN] will be raised with our blood and the word of Allah will be supreme. “By the will of Allah” and the phrase “sign servant of Allah Mounir Barhoumi”.

The process of radicalisation and self-training undertaken by Barhoumi had probably reached its final step – that of "jihadisation" – in which the individual himself is ready to plan and carry out attacks, probably aspiring to become a shahid (martyr). This could be confirmed by looking at his online research concerning methods of preparation and construction of explosives, such as Molotov firebombs or ANFO (Ammonium Nitrate-Fuel Oil) type bombs, as well as the aforementioned combat and escape techniques.

The actions carried out by the defendant constituted valid evidence for the sentence expressed by the court, since – as already stated in the precautionary custody order – they can be included in the category of “significant behaviors on a material level” and, therefore, it is sufficient to accuse whoever carried them out of the charge sanctioned by article 270 quinquies of the Italian Criminal Code.

 

Il caso di Mounir Barhoumi

Arrestato nel mese di febbraio 2020, Mounir Barhoumi, cittadino tunisino residente in Italia, è stato condannato il mese scorso (febbraio 2021) dal GUP del tribunale di Bologna a 3 anni, 6 mesi e 20 giorni di reclusione per «il reato di auto-addestramento con finalità di terrorismo anche internazionale», di matrice jihadista.  La misura adottata dal tribunale ha tenuto conto dell’aggravante previsto dall’art. 270 quinquies del Codice penale: «utilizzo di strumenti informatici e telematici» per l’attività soggetta a reato. L’accusato aveva infatti stabilito svariati contatti con ambienti legati allo Stato Islamico mediante social network, provvedendo anche a una sistematica e progressiva acquisizione di know-how e materiali finalizzati alla costruzione di ordigni e al compimento di atti terroristici, nonché di istruzioni relative a «tecniche di combattimento e raccomandazioni per eludere inseguitori ed evitare la cattura».

La sentenza ha dunque confermato i capi di accusa precedentemente elencati dal Giudice per le Indagini Preliminari (GIP) del medesimo tribunale, il quale aveva disposto la misura cautelare in carcere all’imputato anche alla luce del rischio di fuga e dei «reiterati viaggi compiuti in Tunisia senza che siano emerse notizie riguardo ai suoi spostamenti».

Classe 1995, Mounir Barhoumi si era stabilito nel comune di Busseto, in provincia di Parma, con regolare permesso di soggiorno, rinnovatogli per l’ultima volta dall’Ufficio immigrazione di Parma in data 24 aprile 2018 e con scadenza il 23 Aprile 2020. Come documentato nell’ordinanza di custodia cautelare, il processo di radicalizzazione del giovane operaio edile di origine tunisina è avvenuto in maniera autonoma e parallelamente all’acquisizione di materiale online inerente allo Stato Islamico. Non emergono, infatti, prove rilevanti di incontri fisici con altri soggetti radicalizzati o riferibili all’ambiente jihadista; tuttavia, l’imputato è stato capace in poco tempo di stabilire contatti telematici in tutto il mondo, dagli Stati Uniti allo Yemen, scambiando messaggi e file multimediali dai contenuti d’inaudita violenza.

Dall’ordinanza del tribunale di Bologna emerge che Barhoumi fosse presente in due gruppi WhatsApp riconducibili alla causa jihadista, denominati rispettivamente “I nasheed dello Stato Islamico” (con il termine arabo si intendono canti a cappella o accompagnati da strumenti a percussione) e “L’esercito del Califfato”, entrambi creati nel gennaio del 2019. Risale proprio a quel periodo la scelta dell’accusato di cambiare la precedente immagine profilo del proprio account (ritraente un’aquila nera) con quella raffigurante tre fucili d’assalto Kalashnikov (AK-47). A essi vanno aggiunti altresì i 71 canali Telegram a cui l’accusato risultava iscritto, per la maggior parte riconducibili allo Stato Islamico. Sono risultati, inoltre, in suo possesso due profili Facebook molto attivi nelle communities di alcune pagine inneggianti l’ideologia del sedicente Califfato: in svariati post all’interno di esse sono stati infatti riscontrati molti apprezzamenti (like) provenienti da tali account.

Dalle perquisizioni eseguite nell’abitazione di Barhoumi è stata altresì rinvenuta un’agenda all’interno della quale il soggetto era solito annotare frasi e messaggi. Vengono riportati qui di seguito alcuni esempi: «Omaggiamo Allah con la morte», «La bandiera del tawhid [termine che nella cultura islamica indica il principio alla base del concetto dell'unità e dell’unicità di Allah, N.d.A.] verrà innalzata con il nostro sangue e la parola di Allah sarà suprema. Se Allah vorrà», «firma: servo di Allah Mounir Barhoumi».

Il processo di radicalizzazione e di auto-addestramento intrapreso da Barhoumi aveva verosimilmente raggiunto il suo ultimo stadio, quello della “jihadizzazione”, in cui l’individuo stesso è ormai pronto a pianificare e compiere attentati, aspirando verosimilmente al martirio. Le ricerche online dell’accusato riguardavano, in effetti, metodi di preparazione e costruzione di esplosivi, come bombe incendiarie tipo Molotov o bombe del tipo ANFO (Ammonium Nitrate-Fuel Oil), oltre alle già menzionate tecniche di combattimento e di fuga.

Le azioni compiute dall’imputato hanno costituito dei validi elementi probatori per la sentenza di condanna espressa dal Tribunale, dal momento che, come dichiarato già nell’ordinanza di custodia cautelare, possono essere ascritte nel novero dei «comportamenti significativi sul piano materiale» e, dunque, sufficienti ad accusare chi li ha tenuti del reato sancito ai sensi del citato articolo 270 quinquies del Codice Penale.